Addio a Carlo Ginzburg
1939 - 2026
Si è spento lo scorso 17 giugno Carlo Ginzburg, lo storico italiano tradotto in tutto il mondo, che ha rivoluzionato la storiografia tra gli anni '70 e '80, studiando "non i meccanismi di persecuzione ma i perseguitati".
Nato nel 1933, Carlo era figlio dell'intellettuale antifascista Leone Ginzburg e della celebre scrittrice e traduttrice Natalia Ginzburg, figure di primissimo piano nella storia letteraria e intellettuale dell'Italia del Novecento.

Tra gli anni Settanta e Ottanta è stato proprio Carlo Ginzburg il fondatore e massimo teorico della Microstoria, corrente che ha ridefinito l'approccio della storiografia del secondo Novecento.
Con microstoria non ci si riferisce alle minuzie della vita quotidiana: «il prefisso “micro”, nella parola “microstoria”, si riferisce alla prospettiva analitica: non alle dimensioni, reali o simboliche, dell’oggetto dell’analisi. “Micro” allude al microscopio: sotto la lente di un microscopio possiamo mettere il frammento di un insetto o il frammento della pelle di un elefante» (da Doppiozero).
Ginzburg si concentra sulla cultura popolare e su quei dettagli e pratiche, sempre rimaste trascurate dalla narrazione storiografica tradizionale, incentrata sui grandi avvenimenti. I suoi libri partono quindi spesso da spesso indizzi minimi, anomalie trovate spesso quasi per caso in materiali d'archivio, da cui ricostruisce una realtà più grande, che lancia una luce inedita sulla storia. La ricerca, che si fa indagine vera e proria, alla caccia di indizi e prove, sconfina tra discipline diverse, strattonando i limiti convenzionali dei settori disciplinari.

Alcuni titoli per avvicinarsi alla figura di Ginzburg o riscoprire la sua voce attraverso i libri fisici e digitali disponibili nelle biblioteche del Polo regionale.
I Benandanti, così si chiamavano nel Friul tra la fine del Cinquecento e la metà del Seicento i portatori di un culto della fertilità, si presentarono in un primo tempo come difensori dei raccolti contro le streghe e gli stregoni. Poi, in meno di un secolo, sotto la pressione degli inquisitori, eccoli inaspettatamente assumere i tratti degli odiati antagonisti. Questa trasformazione ha probabilmente valore esemplare. Le diramazioni al di là delle Alpi delle credenze imperniate sui 'Benandanti' consentono di avanzare un'ipotesi generale sul significato e le origini della stregoneria popolare.
Tradotta in ventisei lingue, la vicenda del mugnaio friulano Domenico Scandella detto Menocchio, messo a morte dall'Inquisizione alla fine del Cinquecento, ha fatto il giro del mondo, mostrando come sia possibile, attraverso gli archivi inquisitoriali, cogliere le voci di individui che spesso non compaiono, o compaiono solo in maniera indiretta, nella documentazione storica: dai contadini alle donne. Il mugnaio Menocchio era senza dubbio una figura straordinaria, percepita come anomala anche dai suoi compaesani; l'ampiezza delle sue letture, la ricchezza delle sue reazioni ai libri, l'audacia delle sue idee non finiscono di stupire. Ma anche un caso eccezionale (qui sta la scommessa del libro) può gettar luce su problemi di vaste dimensioni: dalla sfida alle autorità in una società preindustriale all'intreccio fra cultura orale e cultura scritta.
Voli notturni verso luoghi solitari, rapporti sessuali con il demonio, orge e infanticidi, profanazione della croce e dei sacramenti: tra Quattro e Settecento, l'immagine del sabba affiorò descritta da donne e da uomini accusati di stregoneria, di fronte a tribunali laici ed ecclesiastici. Questo libro ricostruisce una traiettoria secolare in cui l'ossessione di un complotto contro la società, attribuito a gruppi via via diversi (lebbrosi, ebrei, musulmani, eretici e streghe), s'intrecciò a credenze popolari a sfondo sciamanico. L'indagine sullo strato sciamanico trascina chi legge in un viaggio in uno spazio eurasiatico, popolato da uomini e da donne, da personaggi del mito e della fiaba, che si chiude affacciandosi sulle radici antropologiche del raccontare.
Un libro rivolto a chi ama la pittura, scritto da uno storico (non da uno storico dell'arte) che ha cercato di decifrare i committenti e l'iconografia di alcune delle opere più famose di Piero Della Francesca. Indizi apparentemente minimi - due mani che si stringono, un cappello a punta, un profilo mezzo cancellato - scatenano congetture, esplorazioni archivistiche, colpi di scena narrativi. Attraverso una lettura ravvicinata il "Battesimo", il ciclo di affreschi sulla "Leggenda della vera Croce", la "Flagellazione" rivelano le loro implicazioni politiche e religiose, ignorate dai critici attenti unicamente ai fatti di stile. Ciò che permette una nuova interpretazione di queste opere è la ricostruzione analitica della rete di relazioni entro cui presero forma.
In questa nuova edizione Ginzburg rilegge il libro anche a partire da un tema fondamentale: il rapporto tra indizi e prove. È lecito supporre (come aveva fatto, in passato, lo stesso autore) che la ricchezza cognitiva degli indizi avesse indotto a trascurare l’importanza delle prove? Un dubbio da avvocato del diavolo, che ha portato a riesaminare da un’angolazione inattesa la sequenza che, partendo dalla triade Morelli-Freud-Sherlock Holmes, proietta il lettore da un lato verso i cacciatori del Neolitico, dall’altro verso il presente. E un invito a trasformarsi in cacciatori di indizi, per cercare di rispondere a questa e ad altre domande.
«Il paese al quale apparteniamo non è, come vuole la retorica, quello che si ama, ma quello di cui ci si vergogna, o di cui ci si può vergognare». L’analisi approfondita di casi particolari apre la strada a una serie di generalizzazioni, a risposte che provocano altre domande. Parlare di microstoria, a proposito di questa strategia cognitiva, sembra legittimo: ma i risultati sono più importanti delle etichette. Chi legge è invitato a condividere la gioia della ricerca, e l’incontro con l’inaspettato.
«Sulla traiettoria che, lavorando sui casi, mi ha portato alla microstoria (e alla generalizzazione a partire dai casi) ho riflettuto ripetutamente. Si tratta di una traiettoria che respinge a priori qualsiasi tentazione sistematica. Gli studi di caso presentati qui mostrano (mi auguro) la potenziale ricchezza di questa prospettiva aperta.»

