L'iris selvatico, vincitore del Premio Pulitzer per la poesia nel 1993, è stato salutato come un avvenimento nel panorama letterario americano di questi ultimi anni, consacrando Louise Glùck come uno dei poeti notevoli del nostro tempo, capace di affrontare un vissuto dolente con la distaccata maestria di un moderno trovatore.
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Opera di assoluta originalità espressiva e felicemente accostante, il libro non è una semplice raccolta ma un ciclo concluso di poesie; anzi, un vero e proprio poema in tante voci diverse: le voci dei fiori, quella del poeta-giardiniere e quella di un dio innominato, irritato e ironico nei confronti delle pretese umane: "Perché vi avrei fatto se avessi / voluto limitarmi / al segno ascendente, / la stella, il fuoco, la furia? // Agli esseri umani occorre insegnare ad amare / il silenzio e l'oscurità". Alla voce della comunità dei fiori, che accetta stoicamente vita e destino, fa da contrappunto quella del poeta-giardiniere in lutto per la perdita della giovinezza, dell'innocenza della passione e dell'amore. E il Padre - contestato, talvolta apostrofato - controbatte definitivo dal suo empireo: "con un solo gesto vi ho posto / nel tempo e nel paradiso". Poesia che si affratella alla grande tradizione metafisica inglese nel tono quasi liturgico, l'opera di Louise Gluck appare l'ideale prosecuzione della esperienza tutta americana e femminile della Dickinson, per il gusto dell'immagine nitida e composta, per la capacità di trasmettere un profondo senso di intimità personale.