Nel 1894, nelle terre di confine dell’Impero russo, le comunità ebraiche sono in subbuglio. I pogrom divampano, gli uomini scappano, chi per l’America, chi per la Palestina, chi per l’eden temporaneo di un bordello di Kiev.
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Le donne che possono permetterselo sguinzagliano investigatori alla ricerca dei fedifraghi, per carpire loro almeno una pergamena di divorzio firmata e convalidata secondo il precetto religioso. Tutte le altre sono agunot: mogli abbandonate, sospese in un limbo giuridico e morale, una condanna senza fine. Mende Speismann è una di loro. Quando il marito Zvi Meir, venditore ambulante con poca voglia di fare, svanisce nel nulla, la sua vita – già misera – precipita in un abisso di vergogna e solitudine. Mende tuttavia non pubblica annunci e non denuncia la scomparsa: sceglie il silenzio e la rassegnazione. Ma c’è chi non accetta l’inerzia. Fanny Keismann, sorella minore di Mende, è una wilde chayeh, una bestia selvaggia. Un tempo shochetet, macellaia rituale dal talento leggendario, da anni ha riposto i coltelli per dedicarsi alla famiglia. Eppure, davanti alla rovina della sorella, capisce che l’obbedienza non sempre è una virtù. Una notte lascia il marito e i cinque figli e si mette in viaggio verso Minsk, decisa a rintracciare Zvi Meir e strappargli ciò che solo lui può concedere: la libertà di Mende. La sua marcia per la vendetta incrocia il cammino di truffatori, fanatici, soldati e visionari diventando un’irresistibile epopea al tempo stesso picaresca e politica, intima e sovversiva. Con una scrittura ironica e potente, Yaniv Iczkovits racconta un mondo in cui le donne, date per vinte, imparano a riscrivere il proprio destino, una storia di feroce ribellione, di fede e disobbedienza, di sorellanza e riscatto.