Dauanti all'ingresso di servizio della casa della signora bianca mi dico: "Httenta, Minng. Ritenta a tener chiusa la tua boccaccia e attenta anche a non lasciarci il culo". Deuo dare l'impressione di una che fa quello che gli dicono. Sono cosi neruosa che giuro che non rispondo mai più male a nessuno se riesco ad acchiappare questo lauoro.
[...]
Mi tiro su il collant che fa le grinze, il tormento di tutte le donne grasse e basse del mondo. Mi ripeto nella testa quello che deuo dire e quello che è meglio che mi tengo per me; prendo coraggio e suono. Il campanello fa un lungo e allegro bing-bong, che non c'entra niente con questa grande casa in mezzo alla campagna che sembra un castello. Se questo posto era in un libro di fauole, lì ci sarebbero le streghe, di quelle che mangiano i bambini. La porta sul retro si apre ed eccola lì, Miss Marilgn Monroe. D una che gli somiglia. «Oh, salue, che puntualità. Sono Celia. Celia Rae Foote.» La bianca mi tende la mano, e io la studio. Sarà anche fatta come Marilgn, ma di sicuro non è pronta per uh prouino. Ha mucchi di farina sui capelli biondi, farina sulle ciglia finte, farina sul suo pacchiano tailleur pantalone rosa. Col fatto che è in una nuuola di poluere, e perdipiù con quel pantaloni così stretti, mi chiedo come fa a respirare.